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Un terzo delle donne interrompe la terapia ormonale prima dei 5 anni

Una revisione sistematica rivela che solamente il 66% delle donne che assume una terapia ormonale adiuvante la completa. Molte le motivazioni dell’abbandono, spesso legate agli effetti collaterali dei farmaci e alla mancanza di supporto.

Che qualunque terapia di lunga durata goda di scarsa aderenza non è certo una novità: già vent’anni fa l’Organizzazione mondiale della sanità denunciava la portata planetaria del fenomeno, sottolineando le ricadute nefaste sia per la salute dei pazienti che per il portafoglio dei sistemi sanitari. La revisione sistematica pubblicata nella rivista The Brest conferma questa tendenza anche per le donne con tumore al seno che assumono una terapia ormonale (o endocrina). La farmacologa Noraida Mohamed Shah, insieme a colleghe dell’Università nazionale della Malaysia, hanno passato al setaccio la letteratura di settore più recente, arrivando a stimare che una donna ogni tre interrompe la terapia ben prima dei cinque anni suggeriti. Le ricercatrici si sono dunque concentrate sulle motivazioni più comuni dell’abbandono, arrivando a identificare una ventina di cause ricorrenti.

Cos’è la terapia ormonale
La terapia ormonale consiste nella somministrazione di farmaci che bloccano l’attività degli estrogeni, ormoni femminili normalmente prodotti dall’organismo ma responsabili dell’insorgenza e dello sviluppo di almeno due terzi dei tumori al seno. Questi farmaci possono essere usati per ridurre le dimensioni del tumore prima dell’intervento chirurgico (terapia neoadiuvante) oppure, più spesso, dopo l’operazione ed eventuali chemioterapia e/o radioterapia, per evitare la ricomparsa della malattia (terapia adiuvante). La possibilità di essere sottoposte alla terapia ormonale dipende dalla presenza, sulla superficie esterna delle cellule tumorali, di recettori per gli estrogeni e/o per il progesterone. Il legame tra queste particolari proteine e gli ormoni stimola la crescita e la proliferazione delle cellule tumorali. La scelta del trattamento ormonale dipende da una serie di fattori come le caratteristiche della malattia, la presenza e il numero di recettori specifici, se la donna è o no in menopausa, se ha già ricevuto altre cure e quali. Per evitare la ricomparsa della malattia, in genere il trattamento ormonale deve essere assunto per cinque anni; tuttavia questo periodo può variare a seconda della risposta ottenuta e nel caso di malattia avanzata.

Lo studio

Le ricercatrici hanno selezionato 26 studi robusti – la numerosità media del campione era di circa 5.400 persone – in cui era stato valutato il tasso di aderenza o di persistenza delle donne alla terapia ormonale per almeno cinque anni. L’aderenza consiste nell’assunzione dei farmaci nelle dosi e nei tempi indicati dal medico mentre la persistenza è il mantenimento nel tempo di una terapia farmacologica. Poiché non esiste un metodo universale per valutare l’aderenza, le ricercatrici hanno scelto di includere nella loro revisione sia gli studi che prevedevano misurazioni dirette dell’aderenza – per esempio, le prescrizioni – sia quelli basati su metodi indiretti come i questionari di autovalutazione. Nella maggioranza degli studi (21), le partecipanti avevano assunto sia il tamoxifene sia gli inibitori dell’aromatasi; due studi erano limitati al tamoxifene e i rimanenti tre studi valutavano l’aderenza ai soli inibitori dell’aromatasi. Dalle analisi è emerso che, dopo cinque anni dall’inizio della terapia, tanto l’aderenza alla terapia quanto la persistenza raggiungevano valori medi attorno al 66% (rispettivamente: 66,2% e 66,8%), riducendosi progressivamente dal primo al quinto anno.

Le ragioni dell’abbandono

Le ricercatici hanno quindi esaminato i fattori che possono influenzare questi due indicatori, scoprendo, innanzitutto, che le donne più ligie alla terapia sono quelle nella fascia di età 50-65. La minore aderenza delle più giovani riflette spesso il timore degli effetti collaterali provocati dai farmaci, soprattutto a carico di fertilità e sessualità. In generale, gli effetti avversi dei farmaci possono avere effetti profondi sulla qualità della vita, ed è stato riscontrato che le donne che presentano sintomi che influiscono più pesantemente sulla loro qualità di vita hanno una maggiore probabilità di non aderenza. La minore aderenza nella fascia di età più avanzata sembra dipendere da fattori diversi, come la compresenza di altre malattie, l’alfabetizzazione sanitaria (cioè la capacità di acquisire, comprendere e utilizzare informazioni per la propria salute), le funzioni cognitive e il supporto sociale. È stato infatti osservato che le pazienti con un basso supporto sociale – ma anche clinico – abbandonano più spesso la terapia. La stessa tendenza è emersa tra le pazienti metastatiche rispetto a quelle con un tumore in fase iniziale.

Il commento

Secondo la Dottoressa Ilaria Pazzagli, direttrice della struttura di Oncologia dell’ospedale Santi Cosma e Damiano di Pescia (PT) e oncologa della Breast Unit di Pistoia, la revisione sistematica pubblicata su The Breast indica che è importante che l’oncologo approfondisca, durante le visite di controllo delle pazienti in terapia ormonale adiuvante, la loro volontà di aderire o proseguire la terapia. «Prendendo in considerazione le cause più frequentemente riferite per la sospensione, o non regolarità, dell’assunzione terapeutica, si rileva come l’aspetto comunicativo tra l’oncologo e la paziente risulti determinante nell’azione di “rinforzo” alla assunzione della terapia “salvavita”, soprattutto nelle donne nelle fasce d’età over 65 e under 50. Una revisione e analisi precisa e aggiornata della tolleranza al farmaco, degli eventi e delle reazioni avverse che eventualmente si sono manifestati tra un controllo e l’altro, aiutano sia il medico a fornire nuovi consigli sullo stile di vita da adottare o su eventuali farmaci integrativi o nutraceutici utili, sia la paziente ad alleviare i sintomi clinici e a migliorare il suo stato psico-emotivo. In alcuni casi, risulta inoltre molto utile completare la visita con ulteriori consulti specialistici (endocrinologo, ortopedico, nutrizionista, psiconcologo, medico esperto in medicine complementari), per aumentare la fiducia della paziente nel medico tutor e rinforzare l’alleanza terapeutica».